“Toglietevi la Francia dalla testa, credete di più nell’Italia del vino, che ha tante risorse e piace al mondo”. A dirlo una delle firme enoiche top, Jancis Robinson

23/12/2015 “Andate di più nei mercati, meglio, e con più organizzazione. È il vostro momento”...

“Toglietevi la Francia dalla testa, credete di più nell’Italia del vino, che ha tante risorse e piace al mondo, andate nei mercati più spesso, meglio, e con più organizzazione e coesione, per raccontare i vostri prodotti e il vostro lavoro, e non date nulla per scontato, ma preparatevi sempre a dialogare, nel modo giusto, con gli interlocutori che avrete davanti di volta in volta”: così parla Jancis Robinson, una delle firme più autorevoli del settore a livello mondiale, firma enoica del “Financial Times”, con 40 anni di carriera di wine writer, festeggiati proprio pochi giorni fa, autrice di numerosi libri di grande successo (dall’“Oxford Companion of Wine”, all’edizione n. 4, al “The World Atlas of Wine” n. 7 con Hugh Johnson), e del seguitissimo www.jancisrobinson.com, “a wine2wine”, il forum sul business del vino di Vinitaly. Dove è arrivata grazie a Business Strategies, uno degli studi di consulenza sull’internazionalizzazione delle imprese più importanti d’Italia, guidata da Silvana Ballotta, “perchè ho voluto condividere con la platea le riflessioni che, con grande franchezza - ha detto - io e Jancis ci scambiamo, soprattutto sul modo di fare promozione”.

Che è un po’ la nota dolente di un settore, quello del vino, che invece negli ultimi anni ha saputo crescere in maniera consistente in qualità, e anche nei mercati del mondo, ma che potrebbe fare molto di più, come emerso nel dibattito animato dalla giornalista del Tg1 Anna Scafuri. “Che l’Italia sia cresciuta tanto in qualità non è in discussione, è evidente - dice la Robinson - e per me rimane un mistero, però, che alcuni mercati, a partire da quello del Regno Unito, non riescano a capirlo a pieno. Certo, è molto più complicata della Francia, con tutte le sue denominazioni e vitigni autoctoni, che però sono anche la sua ricchezza. E quando viaggio nel mondo, devo dire che in generale c’è una grande eccitazione, un grande interesse intorno al vino italiano, ma anche un po’ di panico tra addetti ai lavori e consumatori quando ci si trovano davanti, perchè è difficile capirne l’offerta, e talvolta è complicato anche comprendere come relazionarsi con i produttori italiani”.

“Insomma, che a fare vino buono siamo bravi ormai lo sappiamo - aggiunge Ballotta - ma abbiamo un cavallo di razza che non possiamo più tenere nel box, ma che dobbiamo far galoppare sui mercati del mondo come merita”, dice Ballotta.

“Anche perché questa è un’epoca ideale per il vino italiano: nel coordinare i lavori per i miei libri, ricevo migliaia di commenti di addetti ai lavori e appassionati che si dicono stufi dei soliti vini e delle solite varietà internazionali, e che sono invece interessanti in espressioni più identitari e tipiche. Ed in questo senso, l’Italia non ha rivali nel mondo, con le sue migliaia di varietà autoctone. Senza contare che l’interesse di molti si è spostato dalle cantine ai vigneti e ai territori, e il vostro Paese ne ha miriadi. Senza contare che per molti è anche una sorta di laboratorio a cielo aperto per capire come certe varietà si possano adattare al cambiamento climatico. Tutto questo, però, va comunicato al mercato nel modo giusto, e anche se è difficile e costoso, si può fare. Vi cito il caso del Pecorino, vino sconosciuto fino a pochi anni fa in Uk, ma che ora ha un suo mercato. E anche nell’alto di gamma, nomi top del mercato inglese come Berry Bros. & Rudd e Justerini & Brooks propongo sempre più spesso selezioni dei vostri migliori vini. Sono segnali chiari, può essere il vostro momento, la gente vuole spendere in vini italiani, dovete cogliere queste opportunità”.

Ma sono tanti i nodi ancora da sciogliere, per il successo definitivo del vino italiano: a partire dai prezzi medi, per far salire i quali, dice Ballotta, “si dovrebbe avere il coraggio e la forza di scendere meno a compromessi, in tutti i mercati”, per finire proprio sulla promozione e l’educazione dei consumatori, anche i mercati che, a torto, si pensa siano evoluti e maturi.

“Come quello Uk - dice la Robinson - perchè gli inglesi non sanno molto, in verità, dei vostri vini. Dovete fare di più, esserci di più. E qui chiamo in causa anche le vostre istituzioni: io lavoro da 40 anni in questo settore, e vi dico chiaramente, per esempio, che non ho idea se l’Ice abbia un ufficio a Londra, o se faccia qualcosa per il vino. E poi serve una organizzazione diversa. Dovete venire a fare più degustazioni, molte, molte di più. Servirebbe un primis un ciclo di tasting che mostrino, nello stesso luogo, la qualità e la varietà della vostra produzione nazionale, magari puntando su una selezione di piccoli produttori da far ruotare negli anni, capaci di rappresentare il meglio della qualità che c’è in Italia, e di incuriosire, come ha fatto il Sudafrica pochi mesi fa, per esempio. Ma anche più programmazione: ho ricevuto inviti a press tour e cene a fine anno, 10 giorni prima dell’evento, come se ci si fosse accorti che avanzavano dei soldi da spendere in ogni modo. Non ha senso, gli altri Paesi programmano con molto più anticipo e strategia. Noi di JancisRobinson.com, per esempio, abbiamo organizzato delle belle degustazioni anche con la collaborazione dei Consorzi del Chianti Classico, del Brunello di Montalcino, e sul Barolo, con l’Enoteca Regionale del Piemonte, ma non basta sono iniziative a carattere regionale. Dovete fare di più”.

“È una nota dolente, fino ad oggi abbiamo risentito tutti di una mancanza di visione comune - conferma Ballotta - serve il famoso fare squadra, e una politica agricola ma anche locali, che metta davvero al centro il vino come punta di diamante di un settore economico importante, andando oltre proclami e slogan. Serve una sburocratizzazione vera, e che le istituzioni locali e nazionali non si vedano come nemiche, ma come alleate. Perchè contrasti e dissidi si traducono in lungaggini e ritardi: l’anno scorso doveva arrivare un decreto concertato a vari livelli, il risultato sono stati 8 mesi di ritardo, e ci siamo trovati in 20 giorni a presentare domande per progetti da 100 milioni di euro. E temo che anche quest’anno sarà così. Ma anche le aziende devono saper programmare meglio, i mercati stranieri vanno affrontati con strategia, costanza, e con personale formato e preparato per farlo. Non basta che si parli inglese, ma servono professionalità complesse, capaci di trasferire la storia dell’azienda, ma anche i principi morali e filosofici del territorio: non basta il banchetto alla fiera per far assaggiare il prodotto e parlare del prezzo. Quando noi ci presentiamo nel mondo per fare promozione, spesso si ha una visione ristretta della portata degli eventi che facciamo. Le fiere, per esempio, non si analizzano nel contesto più ampio. Una fiera va plasmata come vuole il mercato, non può essere fatta in modo passivo, serve proposizione di contatti e iniziative. Gli enti fieristici sono molto attivi in questo, ma i produttori devono svegliarsi e aggregarsi di più, non solo per avere più risorse economiche, ma anche per scambiarsi informazioni, contatti, importatori”.

Ma tutto questo deve essere concretizzato presto, perchè è il momento giusto. “L’immagine dell’Italia è così affascinante, siete ospitali, divertenti: dovete solo scordare la Francia, toglietevela dalla testa - dice la Robinson - anche perchè i francesi ora stanno vivendo una grandi crisi su alcune delle loro certezze storiche. Penso ai passi indietro sui prezzi che ha fatto Bordeaux, penso allo Champagne che inizia a guardare con attenzione alla crescita delle altre bollicine del mondo. Insomma, basta con paragoni, siate voi stessi, perchè avete tante risorse. Fate l’Italia e siate italiani, dovete credeteci”.
Un atteggiamento da tenere in tutti i mercati del mondo, Cina inclusa. “È un Paese dove sono arrivati prima i francesi, che hanno insegnato ai consumatori che il vino buono è rosso e viene da Bordeaux. Ma questo sta annoiando, ora, e c’è grande interesse anche per i vostri vini, che però dovete far conoscere ai cinesi”, dice la Robinson.

“È un mercato che va conquistato pian piano - aggiunge Ballotta - perchè come dicono i cinesi stessi, i piccoli passi fanno lunga la strada. Che vuol dire guardare anche a piazza non inflazionate, perchè in un Paese enorme come la Cina ci sono aree dove non si sa neanche che l’Italia produce vino. E lavorare per rendere il vino italiano abbinabile alla cucina cinese, per non “ghettizzarlo” nella ristorazione italiana, che è comunque importante”.

Sfruttando ogni canale possibile come le vendite on line perchè, spiega la Robinson, “quello della vendita diretta è un trend inarrestabile, e il web è uno strumento perfetto in questo senso. Ci sono vini tra i più costosi del mondo, come alcuni Cabernet della Napa Valley che hanno costruito marchi e business con le mailing list. Ed ora anche i più famosi chateau di Bordeaux lo fanno. Detto questo, non so se per l’export può funzionare davvero, anche perchè, per voi italiani, c’è lo scoglio della lingua, che va superato. E per questo dovete investire sui giovani che sono freschi e moderni, che parlano bene inglese, e che saranno i vostri ambasciatori”. Parola di Jancis Robinson (Fonte: WineNews).




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