Antonio Galloni: “L’Italia del vino ha un potenziale illimitato'

12/02/2013 Il referente per l'Italia di 'The Wine Advocate' spiega le ragioni del nostro successo nel mondo

“L’Italia del vino ha un potenziale illimitato, perché c’è sempre voglia, in tutto il mondo, di un pezzo di vita mediterranea e di made in Italy, e di cose che ha l’Italia e nessun altro. Le prospettive sono brillanti, dunque, a patto che la gente sia disposta a lavorare, perché come in tutti i settori, di questi tempi, si lavora di più e si guadagna meno di prima”. Così Antonio Galloni, responsabile per l’Italia della più “temuta” delle riviste di critica, “The Wine Advocate” che, nonostante il cambio di proprietà guardi all’Asia, oggi è ancora radicata in Usa, che per il vino italiano è il mercato top.

E allora, al di là di numeri che parlano di un leggero calo, per le etichette tricolori negli States quale è il sentiment? “Ci sono due mercati: quello dei vini top, che non soffre, e quello dei vini “economici”, fino ai 20-25 dollari allo scaffale, che va bene. A soffrire, non solo in Usa, ma in generale, è la fascia nel mezzo, tra 25 e 60 dollari. In questo target, se non hai reputazione e non sei conosciuto, è davvero difficile vendere, e non vale solo per il vino italiano, ma anche per quello francese, californiano e così via”.

A livello di territori, per l’Italia, quali sono quelli che brilleranno di più nei prossimi anni? “Ho appena finito un grosso articolo sui vini del centro-sud, e mi ha colpito molto la Campania, dove c’è la riscoperta di tanti varietali autoctoni, come Pallagrello Bianco e Nero, Casavecchia, che in Usa sono ancora poco conosciuti, e i Taurasi, che trovo fantastici. E ancora la Sicilia, non solo l’Etna che è molto di moda, le Marche, soprattutto per il Verdicchio che è meno conosciuto di quanto si pensi, ma anche la Sardegna”.

Il futuro, comunque, a detta di tutti, passa dall’Asia: lo spostamento di “The Wine Advocate” in Oriente cambierà qualcosa per i vini “d’Occidente”? “È sbagliato parlare di Asia, perché ci sono tanti Paesi con culture di approccio e di vendita del vino molto diverse e specifiche. Tante aziende italiane, anche strutturate, mi dicono che sono mercati più difficili di quanto sembri. L’importante è non dimenticarsi dei “clienti fedeli”, perché le mode vanno e vengono, come ha dimostrato il caso del Bordeaux, e le difficoltà economiche, prima o poi ci saranno anche in Asia”. Un continente che, peraltro, potrebbe diventare anche un produttore importante nello scacchiere enologico mondiale. “La Cina, ma anche l’India, prima o poi faranno vino buono, perché in tanti ci stanno investendo. Ma anche se diventeranno produttori importanti, per le cantine top degli altri Paesi, Italia inclusa, ci sarà sempre spazio".

Fonte: www.winenews.it  






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