Oscar Farinetti svela il futuro di Eataly ed il suo, tra rispetto e coraggio

24/11/2013 “Eataly non si vende. Il mio avvenire sarà un “pisello verde”, che vuol dire rispetto, e con il quale venderò nel mondo auto, abbigliamento e design italiano”

“Eataly non si vende, io ne lascerò la guida, e mi girano le scatole a non vendere perché prenderei un sacco di soldi. Ma ho tre figli a cui Eataly piace da morire, e che hanno 32, 28 e 23 anni, e poi un “figlio putativo”, Luca Sebastiano Baffigo Filangeri di Candido Gonzaga ed è bravissimo, e quei 4 insieme faranno un massacro, apriranno Eataly in tutto il mondo e si compreranno le aziende che oggi magari pensano di comprarci”.

Così Oscar Farinetti, a WineNews, risponde alle indiscrezioni sul futuro di Eataly, pubblicate nei giorni scorsi dal settimanale “Il Mondo”, che tra le diverse “exit strategy” di Farinetti da Eataly, ipotizzavano la vendita al colosso della gdo Coop Italia, con cui la catena fondata dall’imprenditore piemontese ha già importanti partnership nel Belpaese. Di certo c’è che Farinetti, quando compierà 60 anni, il 24 settembre 2014, lascerà la guida di Eataly in mani fidate, e non uscirà di scena dal business del “made in Italy”, come svela in anteprima a WineNews.

“Non si vende un tubo, e andiamo avanti. E io non mi ritiro, vado a fare un’altra cosa. Vado a vendere abbigliamento, automobili e forniture di altissimo livello, con lo stesso stile di Eataly. È un progetto che si chiama “Green Pea”, e sulle automobili, abbigliamento e mobili ci sarà questo marchio, e la scommessa è che tra tre anni se ne parlerà in tutto il mondo. Come funziona? Prendiamo una maglia fatta da un grande marchio, come Cruciani, per esempio. Sarà esposta così: sopra c’è la foto del prato con le pecore, poi c’è il nome del pastore che le allevate, poi cosa hanno mangiato e come sono state allevate e tosate, come è stata tinta in maniera naturale la lana, in che fabbrica è stata lavorata, come sono pagati gli operai di quelle fabbriche, come è alimentata quella fabbrica, e alla fine tu ti compri una maglia di cui sai tutto, ti compri un’automobile di cui sai tutto, e una cucina di cui sai tutto.

Oggi in tanti sono scettici, ma lo erano anche 10 anni fa quando raccontavo la “follia” di Eataly. E oggi Eataly è in tutto il mondo. A marzo iniziamo a costruire questo contenitore straordinario di 11.500 metri che sarà un edificio di rispetto, un museo a cielo aperto di fonti sostenibili, all’ultimo piano ci sarà addirittura una palestra di Technogym dove le persone, pedalando, produrranno energia, ed il 10% del fabbisogno sarò soddisfatto dal frutto della fatica degli umani che voglio dimagrire. Entreranno persone di rispetto che compreranno prodotti di rispetto. Il rispetto sarà rappresentato da questo “pisello verde” che sarà considerato “figo” nel mondo.

Il mio obiettivo è passare dal senso del dovere al senso del piacere. Il mio sogno è che tra x anni una bella ragazza dica ad uno “no con te non esco perché non sei figo perché parcheggi in doppia fila, vado con quello che è molto più figo di te, perché parcheggia regolare. Dobbiamo far diventare bello avere rispetto, è il futuro per salvare il nostro Paese, e “Green Pea” viaggia in questo senso”. Tra gli altri valori fondamentali per il futuro, secondo Farinetti, oltre al rispetto c’è il coraggio. Proprio “Storie di coraggio. 12 incontri con i grandi italiani del vino”, si chiama l’ultimo libro di Farinetti, scritto a 4 mani con Shigeru Hayashi (Shigeru Hayashi sommelier e responsabile di Eataly Japan), che in meno di una settimana ha già venduto più di 37.000 copie.

Ma perché solo 12 “storie” (Costantino Charrere, Angelo Gaja, Beppe Rinaldi, Walter Massa, Marilisa Allegrini, Josko Gravner, Piero Antinori, Niccolò Incisa della Rocchetta, Ampelio Bucci, Teresa Severini e Chiara Lungarotti, Josè Rallo, Francesca e Alessio Planeta, ndr) sulle miglia che formano la galassia del vino italiano?
“In realtà volevo raccontarne molte di più, 60 - spiega ancora a WineNews - ma non avevo il tempo. E, quindi, dai 12 che scelto ho portato anche 4 vini degli altri, più uno che sceglievano loro in cantina, e abbiamo venduto 60 vini diversi. Il libro a due obiettivi. Il primo è parlare di coraggio, che è una cosa importantissima che manca, e l’unico modo per imparare ad essere coraggiosi è guardare storie di coraggio che già esistono, e vedere come persone normali son diventate speciali grazie al coraggio, e quindi farti venir voglia di diventar coraggiosi. L’altro è parlare del mondo del vino, che secondo me è la massima espressione ciclo di vita umano, e cioè partire dalla terra e arrivare a vendere un prodotto completo, quindi con tutta l’adrenalina che c’è, le speranze, le paure, i successi, gli insuccessi, il tempo, il sole, il vento, le aspettative. E soprattutto mi piace questo fatto incredibile, l’equilibrio tra le aspettative e il risultato, e la ricerca perenne dei produttori di arrivare al vino perfetto. Che non arriva mai, perché chiaramente sarà sempre quello della prossima vendemmia. Un libro che racconta anche tante curiosità sul mondo del vino.

“Sì, ce ne sono molte. Per esempio il racconto di Angelo Gaja, sul fatto che Mondavi, 25-30 anni fa, gli propose di fare una società per fare una cantina nel Sud del mondo, Sudafrica o Sudamerica, e Gaja era spaventato, non sapeva che dirgli. Gli rispose: in Italia per fare società bisogna avere caratteri compatibili, e li abbiamo; bisogna essere gentiluomini, e lo siamo; bisogna avere interessi comuni, e li abbiamo; ma dobbiamo essere anche “sex compatibile”, tu sei un elefante e io sono un moscerino, come possono un elefante e un moscerino fare l’amore? Oppure c’è la storia di Marilisa Allegrini, produttrice di Amarone, che si innamora del più importante importatore di vini italiani in America, Leonardo Lo Cascio (WineBow, ndr), e poi c’è stata una grande storia d’amore, e io faccio capire, tra le righe, che il grande successo dell’Amarone è dipeso anche da una bella serata tra Marilisa, che tra parentesi è una gran bella donna, e Lo Cascio. Lei mi ha sgridato molto per questa cosa, anche se ho cercato chiaramente di scrivere in modo fine. Ma ci sono anche tante altre curiosità.

Cosa vorrebbe segnalare del libro, a chi non lo comprerà?
“Che il coraggio, abbinato, all’immaginazione è il grande valore che serve per farcela. Dobbiamo essere più coraggiosi, dobbiamo assumerci responsabilità, avere capacità di innovazione, di semplificazione delle problematiche, e tutto questo io lo riassumo nel valore del coraggio, che manca un po’. Gli unici che non dovrebbero comprare il libro sono quelli che non vogliono diventare coraggiosi”.

Alla fine del libro dice di aver ricevuto un’offerta da un investitore cinese per 250 milioni di euro per Fontanafredda. Perché ha detto no?
“In realtà è andata che una delle tante compagnie cinesi che ci hanno fatto visita, ha chiesto se avevamo intenzione di vendere, ed io ho buttato là il prezzo di 250 milioni. E loro hanno detto “parliamone”, che voleva dire che erano pronti ad iniziare una negoziazione su quella base di prezzo, che è un prezzo incredibile, e che poi noi non abbiamo iniziato perché in realtà non abbiamo nessuna intenzione di vendere. Ma è la dimostrazione di quanto un’impresa unica, in un territorio unico, può assumere un valore che va al di là di fatturati ed ebitda, perché normalmente le compagnie finanziare ragionano solo in base di numeri crudi e di algoritmi, e decidono di comprare aziende senza neanche vederle. E, invece, c’è gente che al mondo può innamorarsi di una cosa e decidere di provare a prenderla senza guardare tanto ai calcoli”.

Se dovesse fare un altro investimento tra le “4 B” del vino italiano, Brunello, Barolo, Barbaresco, Bolgheri, cosa sceglierebbe?
“Barbaresco. Mi manca, io sono nato il 24 settembre, ad Alba, in piena vendemmia del 1954, ottima annata, mia mamma di Barolo, mio papà di Barbaresco. Potete immaginare quanto adoro Barbaresco, che poi è un vino che mi piace da morire, quello di Gaja in particolare. E il tema forte è che non possiedo nulla nel Barbaresco, quindi se proprio dovessi scegliere tra queste “4 B”, so che sono monotono e rimarrei a casa mia, ma dico Barbaresco”.

Lei ha detto che i prodotti italiani sono i più imitati e i meno prodotti che vuol dire?
“Essere i più imitati è una bellissima notizia, Ovidio diceva che non è felice l’uomo che nessuno invidia e che nessuno imita. Essere imitati vuol dire che siamo forti, che la gente vuole il nostro prodotto, ed è una buonissima base di partenza. Adesso però dobbiamo organizzarci per fare in maniera che il mondo riesca a riconoscere quali sono i prodotti veri e quali le imitazioni. Ed invece che correre come poliziotti contro i produttori che ci imitano nel mondo, dobbiamo andare a parlare con i consumatori e dar loro uno strumento per riconoscere i prodotti veri”.

Ha anche aggiunto che far rete in Italia è impossibile, forse è possibile fare una rete leggera ...
“Tutte le volte che noi italiani imitiamo altri popoli e non seguiamo le nostre inclinazioni, facciamo delle cavolate. Noi italiani siamo figli di Marco Polo e Cristoforo Colombo, grandi singoli, individualisti straordinari che hanno scoperto il mondo. Siamo fatti un po’ così. Dobbiamo creare una rete che ci consente di lavorare su “marchio Italia”, ma che ci consenta di esprimere i nostri individualismi. Se ci mettiamo a creare una rete con dei parametri come fanno altri popoli che hanno senso un senso di cittadinanza (nel senso del campanile) molto più basso del nostro, e un senso civico molto più altro del nostro, perdiamo un sacco di tempo e non risolviamo problemi. Mio papà mi ha insegnato il confine tra il difficile e l’impossibile, e non conviene mai superarlo”.
Un confine sul quale camminare, ovviamente, tra rispetto e coraggio.


Fonte: www.winenews.it




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